calcificazioni spalla dottor ortopedico luca dei giudici

Calcificazioni della spalla

Le calcificazioni alla spalla sono espressione di una patologia nota come tendinopatia calcifica della spalla. Spesso asintomatiche, possono essere la causa di dolore improvviso e intenso associato a riduzione notevole del movimento e della funzionalità dell’arto superiore. Il trattamento conservativo, non chirurgico, si dimostra risolutivo nella maggior parte dei casi, e solo raramente risulta necessario l’intervento in artroscopia.

INTRODUZIONE La tendinopatia calcifica della spalla è una condizione di dolore diffuso caratterizzato da uno o più depositi di calcio nella cuffia dei rotatori o nella borsa subacromiale [1]. La malattia è autolimitante nella maggior parte dei casi e può essere risolta con la terapia conservativa, ma alcuni pazienti continuano a lamentare dolore alla spalla per periodi di tempo prolungati, e senza mostrare alcun segno di riassorbimento della calcificazione. [PPP] L’incidenza varia dal 2,7% al 20% [1,4,5]. In quasi il 20% dei casi i depositi sono bilaterali [1,5,6]. Numerosi studi hanno dimostrato una maggiore incidenza nelle donne [1,6]. L’età media alla presentazione varia tra i 30 e i 50 anni [5,6]. Non sono documentati depositi primari negli anziani [5,7,8]. Diversi autori hanno descritto una maggiore distribuzione dei depositi calcifici entro il tendine del sovraspinoso [1,3,4,6], meno nel sottospinoso [1,4,6], e più raramente nel sottoscapolare nel sottoscapolare e nel piccolo rotondo [1,4]. La maggior parte dei pazienti sono lavoratori sedentari e casalinghe [6]. La spalla più frequentemente colpita è la destra [6]. L’evoluzione tipica della malattia è divisa in 3 distinti stadi clinici: acuto, subacuto, cronico. [PPP] La manifestazione principale è il dolore, che può associarsi frequentemente ad una restrizione acuta o graduale del movimento [4,9]. La presentazione si associa a dolore acuto e intenso; tuttavia questi depositi possono essere sintomatici nel 20% dei casi [6]. Episodi di dolore intenso si associano, inoltre, alle riacutizzazioni o allo sviluppo di condizioni secondarie associate come la capsulite adesiva [INSERIRE LINK CAPSULITE ADESIVA], lesioni della cuffia dei rotatori [INSERIRE LINK CUFFIA], patologie della cuffia dei rotatori, o osteolisi del trochite [10,11].

EZIOPATOGENESI E ISTOPATOLOGIA L’eziopatogenesi rimane sconosciuta, pur riconoscendo un ruolo alla tendinosi [2,12]. Si riconoscono 3 fasi di malattia: precalcifica, calcifica, e postcalcifica [15]. Nella fase precalcifica si sviluppa una metaplasia fibrocartilaginea nel tendine; è uno stadio raramente sintomatico. Lo stadio calcifico è diviso a sua volta in una fase formativa, di riposo, e di riassorbimento. La sintomatologia è sviluppata principalmente in quest’ultima fase. Lo stadio post calcifico è quello di guarigione in cui vi è il riassorbimento del deposito. Maggiore incidenza si è notata in pazienti con alterazioni tiroidee, del metabolismo estrogenico, e nei diabetici [17,18], tuttavia il collegamento rimane ancora sconosciuto.

IMAGING Radiografie standard sono fondamentali per diagnosi e trattamento [28,29]. L’ecografia è un altro strumento utile nella diagnosi, ed è utile anche nel trattamento per quei casi da sottoporre a lavaggio e “needling” [28,29], permettendo inoltre di definire con maggior precisione lo stadio della calcificazione ed la presenza di eventuali condizioni patologiche dei tendini [30,31]. La risonanza magnetica non è indispensabile per la prima diagnosi, ma diventa utile nella definizione dei casi recidivanti o cronici e nel sospetto in cui vi sia associazione con una lesione tendinea, una patologia dell’acromionclaveare, o un’osteolisi del trochite [10,38,40,41].

TRATTAMENTO La prima linea di trattamento è conservativa, includendo antinfiammatori, fisioterapia, terapia con onde d’urto, ed eventuale needling ecoguidato. Per questo si riconoscono come fattori predittivi negativi: la bilateralità, la localizzazione in prossimità della porzione anteriore dell’acromion, l’estensione mediale, e le dimensioni cospicue [43]. Solitamente la fase sintomatica si risolve con antinfiammatori per il controllo del dolore, e fisioterapia per il mantenimento della funzionalità. L’infiltrazione steroidea, pur molto praticata, non ha ancora chiare e definite evidenze di successo, essendo presenti statistiche sia a favore [35] che contrarie [45], sia studi che non ne descrivono alcun effetto benefico [44]. Il tasso di successo con la terapia conservativa è stimato essere al 72% [46]. Similmente, gli studi riguardanti il needling offrono conclusioni deboli, e non è ancora possibile definirne scientificamente l’utilità [50]. La terapia con onde d’urto, infine, si è dimostrata in grado di portare al successo il 70% dei pazienti trattati in uno studio sul lungo termine prodotto da Daecke e coll [57]. La chirurgia è indicata al fallimento del trattamento conservativo, definito come persistenza di sintomatologia dopo un periodo di almeno 3 mesi di trattamento conservativo. È volta alla rimozione del deposito, e viene eseguita in artroscopia. Alla rimozione del deposito calcifico seguirà, nella stessa seduta, la riparazione del tendine precedentemente occupato dal deposito: con una riparazione completa con ancora se questi abbia lasciato una breccia completa; o con una riparazione cosiddetta side-to-side se residui una lesione parziale. Il vantaggio principale della riparazione dopo la rimozione è impedire il peggioramento della lesione residua ed accelerare il recupero del paziente [68]. Il recupero dopo l’intervento è tuttavia superiore nei casi di calcificazione associata a riparazione piuttosto che nei casi di sola rimozione [64,65,66].

COMPLICANZE Come complicanze si possono definire: il dolore, in quanto le calcificazioni sono più frequentemente asintomatiche che dolorose; l’artropatia acromionclaveare; le rotture della cuffia dei rotatori; la tendinopatia ossificante. Durante l’esecuzione di un needling è possibile la sincope vasovagale. Durante le sedute di onde d’urto sono state, infine, raramente riportate dolore, ecchimosi, e necrosi della testa omerale [70].

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